Ascoltare non è comprendere.

Dopo aver raccontato qualcosa di importante, qualcosa che aveva richiesto un certo coraggio per essere detto, ci si ritrova a volte con una sensazione strana: l’altro ha ascoltato, ha risposto, ha dimostrato di aver capito i fatti, eppure qualcosa non è arrivato, qualcosa di essenziale è rimasto sospeso nell’aria tra le due persone senza trovare il posto giusto in cui depositarsi, e ci si chiede perché, visto che le parole erano chiare e la buona volontà dell’altro era evidente.

Quella sensazione ha un nome preciso, anche se raramente viene riconosciuta come tale: non è la sensazione di non essere stati ascoltati, ma di non essere stati compresi, e la differenza tra le due cose è molto più grande di quanto la lingua quotidiana lasci intendere, perché ascoltare e comprendere sono atti che coinvolgono parti diverse di chi li compie, e producono effetti completamente diversi in chi li riceve.

Ricevere le parole e ricevere la persona

L’ascolto cognitivo è quello che di solito si intende quando si dice di aver ascoltato qualcuno: si è stati presenti, si è seguito il filo del discorso, si è elaborato il contenuto di ciò che è stato detto, si è prodotta una risposta che dimostra di aver ricevuto le informazioni, e tutto questo è necessario, ma non è sufficiente, perché tra ricevere le parole di qualcuno e ricevere la persona che le ha dette esiste uno scarto che dipende da qualcosa che l’ascolto cognitivo da solo non riesce a coprire.

Quello che manca, quando si ascolta senza comprendere davvero, è la disponibilità a lasciarsi raggiungere dall’esperienza emotiva dell’altro — non solo a capire cosa ha detto, ma a permettere che ciò che ha detto produca qualcosa dentro di sé, che muova qualcosa, che modifichi anche solo leggermente il proprio stato interno nel momento in cui lo si riceve, perché è solo attraverso quel movimento che l’altro riesce a sentire che non stava parlando a un sistema di elaborazione dell’informazione, bensì a qualcuno che era davvero lì, con lui, mentre le parole uscivano.

Di solito si pensa che ascoltare bene significhi non interrompere, non dare consigli non richiesti, fare le domande giuste, rispecchiare il contenuto di ciò che l’altro ha detto, e tutte queste cose sono utili e necessarie, ma rischiano di restare gesti vuoti se non sono sostenuti da qualcosa di più fondamentale: la disponibilità a mettere temporaneamente da parte il proprio punto di vista, le proprie interpretazioni, il proprio bisogno di capire e di rispondere, per fare spazio a ciò che l’altro sta portando con sé, non solo nel contenuto delle parole ma nel tono, nel ritmo, in tutto ciò che accompagna le parole e che spesso dice cose diverse da quelle che le parole dicono esplicitamente.

La comprensione come atto relazionale

L’ascolto affettivo — quello che produce nell’altro la sensazione di essere davvero capiti — non è una tecnica che si applica, ma un orientamento che richiede qualcosa di preciso da parte di chi ascolta: la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo dell’altro, di riconoscere non solo il contenuto di ciò che viene detto ma il vissuto che lo abita, e di farlo sentire accolto, non corretto, non ridotto a un problema da risolvere, non trasformato in un’occasione per condividere la propria esperienza analoga.

Quando questo tipo di ascolto avviene, accade qualcosa di concreto nel corpo di chi parla: il ritmo del respiro cambia, la voce si distende, la postura si allenta, perché il sistema nervoso ha ricevuto il segnale che lo spazio è abbastanza sicuro da permettere di continuare a portare ciò che si stava portando, senza dover gestire allo stesso tempo la risposta dell’altro, senza dover calibrare le parole per non essere fraintesi o giudicati, senza dover proteggere qualcosa di fragile da una reazione che non si sa bene dove andrà a finire.

Da qui si capisce perché sentirsi davvero capiti abbia effetti che vanno molto oltre il piacere momentaneo di una conversazione riuscita: produce un effetto regolativo sul sistema nervoso, riduce l’attivazione emotiva, rende disponibili risorse cognitive che sotto stress non sarebbero accessibili, e rafforza il senso di fiducia nella relazione in modo che nessuna comunicazione di supporto dichiarata esplicitamente riesce a produrre con la stessa intensità, perché non è ciò che si dice di fare che crea la fiducia, ma ciò che l’altro sperimenta mentre lo si fa.

Imparare a stare nell’esperienza dell’altro

Ascoltare in questo senso è difficile, non perché richieda abilità tecniche complesse, ma perché richiede di reggere qualcosa che la mente tende a voler risolvere, riparare o commentare: la sofferenza di un’altra persona, la sua confusione, il suo bisogno di stare in un posto difficile per il tempo che serve, senza che arrivi nessuno a spostarlo prima che quel posto abbia detto tutto quello che aveva da dire.

Per questo l’ostacolo maggiore all’ascolto affettivo non è la distrazione o la mancanza di attenzione, ma l’urgenza di fare qualcosa con ciò che si ascolta — di interpretarlo, di giudicarlo, di normalizzarlo, di collocarlo dentro una cornice che lo rende più gestibile per chi ascolta, ma che nel farlo inevitabilmente lo riduce, lo sposta, lo trasforma in qualcosa di diverso da ciò che era quando è uscito, e lascia l’altro con la sensazione di aver perso qualcosa nel tragitto, di aver detto qualcosa che è arrivato in una forma che non era la sua.

Imparare a distinguere tra l’ascolto che riceve le informazioni e l’ascolto che riceve la persona è uno dei passaggi più concreti e più trasformativi che i principi e gli strumenti della Comunicazione Affettiva rendono possibili, perché spostano l’attenzione dal contenuto di ciò che viene detto alla qualità del contatto che si crea mentre lo si dice, e insegnano a riconoscere la differenza tra uno spazio in cui qualcuno si sente attraversato e uno spazio in cui qualcuno si sente soltanto ascoltato, che non è la stessa cosa, e non produce gli stessi effetti, né per chi parla né per la relazione che li tiene insieme.

Danilo Toneguzzi

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