Perché ci innamoriamo anche di chi ci fa stare male

Qualcuno entra nella stanza, o manda un messaggio, o semplicemente compare in un pensiero, e qualcosa nel corpo si muove prima ancora che la mente abbia il tempo di dire la sua: una contrazione familiare, una forma di attesa che si è imparata a riconoscere ma non a spiegare, che assomiglia all’eccitazione ma ha dentro di sé anche qualcosa di più antico, qualcosa che non riguarda questa persona soltanto ma che questa persona, per ragioni che non sono mai del tutto chiare, è riuscita ad attivare con una precisione che le altre no.

Il fatto che quella persona faccia anche stare male — che la vicinanza con lei porti tensione, incertezza, una certa forma di fame che non si sazia mai del tutto — non riduce l’intensità dell’attrazione, e a volte sembra addirittura alimentarla, come se il malessere e il desiderio fossero intrecciati in modo tale da non riuscire più a distinguerli, e come se togliere l’uno significasse perdere anche l’altro, anche se la parte più razionale di sé sa benissimo che non è così, o almeno non dovrebbe esserlo.

Il sistema interno cerca ciò che già conosce

La spiegazione più comune per questo tipo di attrazione è anche la più superficiale: si è masochisti, si ha paura dell’amore sano, si sceglie il dolore perché non ci si ritiene degni di qualcosa di migliore, e questa lettura, per quanto contenga qualcosa di vero in certi casi, non rende conto del meccanismo più profondo che orienta la scelta, perché il sistema interno non cerca il dolore in quanto tale, ma cerca la familiarità, che è una cosa diversa e molto più difficile da riconoscere.

La familiarità emotiva è qualcosa che si forma presto, nei primi anni di vita, attraverso il modo in cui le figure di attaccamento hanno risposto — o non hanno risposto — ai bisogni relazionali fondamentali: il bisogno di essere visti, riconosciuti, accolti nella propria specificità, confortati nella difficoltà, lasciati andare quando si voleva esplorare e ritrovati quando si tornava, e il modo in cui tutto questo è avvenuto — con quale qualità di presenza, con quale prevedibilità, con quale temperatura emotiva — ha lasciato un’impronta che continua a funzionare da bussola nei decenni successivi, anche quando si crede di scegliere liberamente.

In questo senso, ciò che il sistema interno riconosce come «vero amore» non è necessariamente ciò che produce benessere, ma ciò che assomiglia all’esperienza emotiva originaria — anche se quell’esperienza conteneva tensione, imprevedibilità, la necessità di guadagnarsi l’amore o di modulare continuamente sé stessi per ottenerlo, perché quella tensione è diventata la texture stessa di ciò che si chiama intimità, il segno che qualcosa di importante sta accadendo.

Non è debolezza, è fedeltà a un sistema

Di solito si pensa che chi continua a tornare da qualcuno che fa stare male sia semplicemente incapace di volersi bene, o dipendente in senso patologico, o privo della forza di lasciare, e in realtà questa lettura è comprensibile ma non aiuta, perché trasforma in un difetto di carattere quello che è invece il funzionamento coerente di un sistema interno che ha imparato ad associare l’amore con un certo tipo di clima emotivo, e che quando incontra quel clima risponde con tutto il suo peso, anche se la mente ha già capito che quel clima non fa bene.

La parola che descrive meglio questo meccanismo non è dipendenza ma fedeltà — una fedeltà inconsapevole a uno schema relazionale che è stato costruito in un’epoca in cui non c’erano alternative, in cui adattarsi a ciò che era disponibile era l’unica risposta possibile, e che ora continua a funzionare come se quelle condizioni originarie fossero ancora le uniche reali, anche quando l’adulto che si è diventati avrebbe strumenti completamente diversi per rispondere.

Da qui si capisce perché la consapevolezza razionale non basta, da sola, a cambiare gli schemi: sapere che un certo tipo di relazione fa male non produce automaticamente la capacità di non desiderarla, perché il desiderio opera su un piano che precede il ragionamento, un piano in cui ciò che è familiare continua ad avere la forza di ciò che è necessario, e in cui la rottura con lo schema equivale, a un livello profondo, a una forma di tradimento verso qualcosa che si è imparato ad amare anche quando faceva male.

Per questo il lavoro più utile non è quello di convincersi che si merita di più — anche questa è una formulazione che opera sulla superficie — ma quello di sviluppare la capacità di riconoscere i propri punti sensibili, i momenti in cui il sistema si attiva con quella precisione familiare, e di imparare a stare dentro quell’attivazione con una qualità di attenzione diversa, non per negarla ma per iniziare a distinguere tra il riconoscimento autentico di una persona e la risposta automatica a uno schema che precede qualsiasi persona specifica.

Quando la relazione diventa uno spazio di lettura

Questo tipo di lavoro non si fa da soli, e non si fa nemmeno soltanto attraverso la riflessione individuale, perché gli schemi di attaccamento si sono formati nella relazione e si trasformano — quando si trasformano — dentro la relazione, attraverso esperienze di contatto che offrono qualcosa di diverso da ciò che lo schema si aspettava e che nel tempo, accumulandosi, iniziano a rendere disponibile qualcosa di nuovo.

È in questo spazio che i principi e gli strumenti della Comunicazione Affettiva trovano la loro applicazione più profonda: non come tecnica per gestire i conflitti o per comunicare meglio, ma come modo di costruire, dentro le relazioni che si abitano, una qualità di presenza e di riconoscimento reciproco che rende possibile — lentamente, senza forzature — che i punti sensibili vengano visti invece di essere attivati, che gli schemi vengano riconosciuti invece di essere semplicemente ripetuti, e che la familiarità emotiva smetta di essere l’unico criterio con cui si misura il senso di essere davvero in una relazione.

Danilo Toneguzzi

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