La regolazione emotiva è intersoggettiva

Un bambino cade, si fa male al ginocchio, e per qualche secondo resta immobile, come sospeso tra il dolore fisico e qualcosa di ancora indefinito. Poi cerca con gli occhi il genitore — non necessariamente per essere soccorso, non per essere consolato con parole — ma per incontrare uno sguardo che lo aiuti a capire cosa stia succedendo dentro di lui, e soprattutto a decidere quanto spazio dare a ciò che sente. Se quello sguardo c’è, e ha la qualità giusta, il pianto si stabilizza, il respiro torna, e il bambino in pochi minuti riprende a giocare. Se quello sguardo non c’è, o è distratto, o è esso stesso allarmato, la risposta emotiva del bambino rimane aperta, senza una forma che la contenga.

Questa scena, così ordinaria da passare quasi inosservata, contiene qualcosa che la ricerca sullo sviluppo emotivo ha impiegato decenni a mettere a fuoco con precisione: la capacità di regolare le emozioni non nasce dentro di noi come una competenza isolata, ma si forma attraverso la relazione, grazie alla relazione, e in certi casi soltanto dentro la relazione.

L’idea che si possa fare da soli

Di solito si pensa che imparare a gestire le proprie emozioni significhi imparare a farlo da soli, che la maturità emotiva consista nell’autonomia dalla dipendenza dagli altri, nel saper trovare dentro di sé le risorse per tornare in equilibrio senza dover ricorrere a nessuno. È un’idea comprensibile, e in parte descrive qualcosa di reale — perché una certa capacità di stare con le proprie emozioni si sviluppa, e diventa nel tempo più solida e più disponibile. In realtà, però, questa capacità non si costruisce nell’isolamento, ma è esattamente il prodotto di migliaia di scambi con altri esseri umani che hanno risposto alle nostre emozioni in un certo modo, con una certa qualità di presenza, in una certa direzione.

Il punto che spesso sfugge è questo: l’autoregolazione è l’effetto sedimentato della coregolazione, non il suo contrario. Prima di imparare a calmarci da soli, abbiamo dovuto essere calmati insieme a qualcuno – e il modo in cui questo è avvenuto, la qualità emotiva di quegli scambi, la sensazione di sicurezza o di insicurezza che portavano con sé, ha lasciato una traccia nel modo in cui il sistema nervoso impara a rispondere alle difficoltà. In questo senso, l’autonomia emotiva non è mai davvero solitaria: porta con sé, in forma interiorizzata, tutte le relazioni che l’hanno resa possibile.

Quando il sistema nervoso cerca un altro sistema nervoso

Nei momenti di difficoltà – di stress intenso, di paura, di dolore emotivo – accade qualcosa di molto riconoscibile, anche se raramente viene letto in questi termini: si cerca qualcuno. Non necessariamente per farsi spiegare qualcosa, non necessariamente per ricevere una soluzione, ma per stare in presenza di qualcuno di fidato, per sentire una voce conosciuta, per essere in un campo relazionale che ha già dimostrato di essere sicuro. Questo impulso non è una debolezza né una regressione: è la risposta biologicamente più sensata che il sistema nervoso possa produrre in una situazione di forte attivazione, perché sa, in qualche modo che precede il pensiero, che un altro sistema nervoso in stato di calma può aiutarlo a tornare al suo equilibrio.

Questo accade perché gli esseri umani sono organismi profondamente intersoggettivi, nel senso che i loro stati interni non si sviluppano né si regolano in isolamento, ma in costante risonanza con gli stati degli altri. Il sistema nervoso di chi ci sta vicino influenza il nostro, e il nostro influenza il suo, in uno scambio continuo che avviene attraverso il tono della voce, la qualità dello sguardo, il ritmo del respiro, la disposizione del corpo: canali di comunicazione che non passano quasi mai per le parole, ma che trasmettono qualcosa di essenziale sul clima emotivo dello spazio condiviso.

Non tutte le presenze regolano

Va detto, però, che non ogni presenza umana ha questa capacità di aiutare a ritrovare l’equilibrio, perché la coregolazione non è un effetto automatico della vicinanza fisica: dipende dalla qualità della relazione, dalla storia di sicurezza o di insicurezza che si è costruita nel tempo tra due persone, e dallo stato interno di chi offre la propria presenza. Una persona che si trova essa stessa in uno stato di forte attivazione non riesce facilmente a offrire uno spazio regolante a un’altra, perché ciò che trasmette – attraverso quei canali sottili di comunicazione emotiva – è lo stesso livello di allerta che la abita. Per questo, nelle relazioni in cui il clima emotivo è cronicamente teso o imprevedibile, la vicinanza non calma: a volte amplifica, a volte lascia in uno stato di sospensione che è peggio della solitudine.

In questo senso, la qualità del legame conta più della quantità di presenza, e la sicurezza emotiva che si sperimenta dentro una relazione è la condizione che rende possibile – o impossibile – che quell’incontro faccia davvero la differenza nei momenti che contano. Da qui si capisce perché non basti essere vicini: bisogna essere presenti in un modo che l’altro possa sentire come affidabile, come non pericoloso, come qualcosa su cui appoggiarsi senza il rischio di essere delusi o travolti.

Restare in contatto

Portare con sé questa consapevolezza non cambia immediatamente nulla, ma cambia il modo in cui si legge ciò che accade nelle relazioni: il bisogno di cercare qualcuno nei momenti difficili non è fragilità, ma intelligenza relazionale; la difficoltà a calmarsi da soli in certi contesti non è un difetto del carattere, ma il riflesso di una storia in cui la coregolazione non è sempre stata disponibile nella forma giusta. E la domanda che vale la pena tenere aperta, nelle relazioni che abitiamo, non è tanto se siamo capaci di bastare a noi stessi, ma che tipo di presenza siamo capaci di offrire quando l’altro è in uno stato che fatica a contenere da solo, e di che qualità è lo spazio emotivo che costruiamo insieme, giorno per giorno, nelle piccole cose che accadono tra noi.

Danilo Toneguzzi

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