Attaccamento adulto: ciò che continuiamo a ripetere senza saperlo
A un certo punto di una relazione — spesso dopo un litigio, dopo un silenzio durato troppo, dopo una serata in cui ci si è sentiti stranieri l’uno all’altro — si ha la sensazione di aver già vissuto tutto questo, non con questa persona ma in un’altra storia, con qualcuno di completamente diverso per carattere e per modo di stare al mondo, eppure identico in qualcosa che non si riesce a nominare, qualcosa che riguarda il modo in cui la distanza si apre, il modo in cui il calore si ritira, il modo in cui si rimane soli dentro una stanza che è ancora piena di presenza.
È una sensazione sottile, che passa in fretta, che di solito viene attribuita alla sfortuna o al caso, e che raramente viene presa sul serio come informazione — eppure è forse una delle informazioni più precise che una relazione possa offrire, perché indica che quello che si sta vivendo non comincia qui, non comincia con questa persona, ma ha radici in un territorio molto più antico di qualsiasi storia d’amore adulta.
Una grammatica appresa molto prima
La ricerca sull’attaccamento adulto ha mostrato con una certa coerenza che il modo in cui ci si avvicina a una persona amata — il modo in cui si gestisce la vicinanza e la distanza, il modo in cui si risponde all’assenza o alla delusione, il modo in cui si tende a sparire o a stringere nei momenti di tensione — non è una scelta consapevole, ma qualcosa che assomiglia a una grammatica imparata molto tempo prima, in un contesto in cui la posta in gioco era altissima e in cui capire come stare con le persone da cui dipendeva tutto era una questione di sopravvivenza emotiva.
In quel contesto primario si sono sviluppate strategie adattive — modi di modulare il bisogno, di regolare l’espressione delle emozioni, di avvicinarsi o allontanarsi in funzione di ciò che sembrava più sicuro — e quelle strategie, nel tempo, sono diventate così automatiche e incorporate nel modo di stare nella relazione da non apparire più come strategie: si vedono come la realtà delle cose, come il carattere, come il modo in cui le relazioni funzionano. Di solito si pensa che i problemi ricorrenti nelle relazioni adulte dipendano dalla scelta sbagliata del partner o dall’incompatibilità dei caratteri, ma quella lettura non raggiunge il livello in cui i pattern più radicati operano, perché quel livello è più profondo delle intenzioni e più profondo persino della consapevolezza che si crede di avere su di sé.
Ciò che si ripete chiede di essere visto
Quando in una relazione appare qualcosa che già si conosce — una certa forma di distanza, un certo modo in cui il conflitto si accende e non si risolve, una certa difficoltà a chiedere o a ricevere — non è necessariamente un segnale che la relazione sia sbagliata, ma piuttosto il segnale che qualcosa di imparato molto tempo fa sta cercando un’occasione per essere riconosciuto, per essere trattato con quella qualità di attenzione che non ha mai trovato le condizioni giuste per riceverla. In questo senso, la ripetizione non è una condanna, perché ha una sua logica interna che risponde al bisogno di trovare, finalmente, un esito diverso — e quel bisogno, per quanto si manifesti in modi che producono gli stessi risultati di sempre, è la traccia di qualcosa che continua a cercare la strada verso qualcosa di più abitabile.
Per questo vale la pena fermarsi, quando si riconosce quel momento di déjà vu relazionale, non per analizzare né per risolvere, ma per lasciare che quella sensazione diventi informazione, perché è proprio in quell’istante che diventa possibile cominciare a distinguere tra ciò che appartiene a questa relazione e ciò che appartiene a una storia molto più lunga.
La relazione come spazio che può cambiare qualcosa
Nessuna relazione adulta ha il compito di riparare le relazioni passate, e pensarla in questi termini porta quasi sempre ad aspettative che non possono essere soddisfatte, a delusioni caricate su qualcuno che non è responsabile di ciò che è venuto prima, perché nessun essere umano può reggere quel peso senza che la relazione perda la forma di un incontro e diventi qualcosa di diverso. E tuttavia le relazioni adulte fanno qualcosa di reale per i pattern di attaccamento, non perché li cancellino, ma perché offrono — quando il clima è sufficientemente sicuro, quando c’è abbastanza fiducia, quando il contatto ha la qualità giusta — esperienze correttive silenziose: momenti in cui il sistema nervoso sperimenta qualcosa di diverso da ciò che si aspettava, momenti in cui la vicinanza non ha prodotto la perdita che si temeva, e nel tempo questi momenti lasciano qualcosa di nuovo nella trama di chi si è.
Imparare a riconoscere i propri pattern relazionali non è un lavoro che si fa da soli, né un lavoro che si conclude, ed è per questo che la Comunicazione Affettiva offre una prospettiva e degli strumenti che non riguardano soltanto il modo di parlare o di gestire i conflitti, ma la qualità stessa del clima che si abita insieme, perché è in quel clima — nella misura in cui diventa più sicuro, più leggibile, più disponibile al contatto reale — che i pattern del passato trovano lo spazio per allentarsi, non per sforzo di volontà ma per effetto di qualcosa di più sottile: la presenza di qualcuno che sa stare, con sufficiente attenzione, dentro ciò che accade tra noi.
Danilo Toneguzzi
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