Prendersi cura senza controllarsi
Il momento in cui ci si accorge di non stare bene — una stanchezza che dura troppo, un’emozione che non passa, un disagio fisico che si ripresenta — è anche il momento in cui, per molte persone, entra in scena qualcosa che assomiglia all’attenzione ma ha una qualità diversa: non un avvicinarsi benevolo a ciò che si sta sentendo, ma un’osservazione critica, un inventario dei propri cedimenti, una valutazione implicita di quanto si stia gestendo male qualcosa che si sarebbe dovuto gestire meglio.
Quella voce che osserva e valuta viene spesso scambiata per cura di sé, e in realtà ne è quasi il contrario, perché la cura richiede un tipo di attenzione completamente diverso da quello del controllo, e la differenza tra le due non è una questione di intensità o di frequenza, ma di qualità — del tono con cui ci si rivolge a sé stessi, del tipo di intenzione che muove quell’attenzione, e degli effetti che produce su chi la riceve, che in questo caso è la stessa persona che la esercita.
L’attenzione che giudica e l’attenzione che riconosce
L’autosorveglianza — il monitoraggio continuo di ciò che si fa, si pensa, si sente, si mangia, si produce, si rende — opera attraverso un paradigma che assomiglia molto a quello di un supervisore esigente e poco soddisfatto: registra le deviazioni, segnala le insufficienze, ricorda ciò che non è stato fatto o che avrebbe potuto essere fatto meglio, e lo fa con una costanza che non lascia molto spazio per stare semplicemente in ciò che si è, in quel momento, senza doverlo già misurare rispetto a uno standard che si è imparato a portare dentro di sé da così tanto tempo da non ricordare più da dove viene.
La cura, in questo senso, comincia da un’intenzione diversa: non dalla necessità di correggere ciò che non va, ma dalla disponibilità a vedere ciò che c’è, a starci accanto senza che la vicinanza produca automaticamente un giudizio, a riconoscere un bisogno o un disagio come un’informazione su di sé piuttosto che come un segnale di inadeguatezza da gestire il prima possibile, perché ciò che si riconosce con quella qualità di attenzione può essere accolto, mentre ciò che viene solo sorvegliato tende ad amplificarsi o a nascondersi, ma raramente a trovare la strada verso qualcosa di più abitabile.
Di solito si pensa che prestare molta attenzione a sé stessi sia di per sé una forma di cura, che il monitoraggio costante di ciò che si prova e di come ci si comporta sia il segno di una relazione sana con sé stessi, e in realtà quello che distingue la cura dall’autosorveglianza non è la quantità di attenzione ma la sua direzione emotiva, perché la stessa azione — fermarsi a osservare il proprio stato — può essere sostenuta da una curiosità benevola o da un’ansia di controllo, e l’effetto di queste due modalità sul sistema nervoso è radicalmente diverso.
Il tono che cambia tutto
Quando l’attenzione a sé stessi è sostenuta da fastidio, da paura o da una forma di disprezzo implicito verso i propri limiti, il sistema nervoso la registra come una minaccia, anche se la minaccia viene dall’interno e non dall’esterno, perché non distingue tra le due, e risponde nello stesso modo: con una forma di allerta che produce tensione, riduce la capacità di stare in contatto con ciò che si sente davvero, e tende a rendere più difficile, non più semplice, il cambiamento che quella sorveglianza si propone di produrre.
Per questo l’autosorveglianza, per quanto si presenti come uno strumento di miglioramento, spesso non produce ciò che promette: non perché chi la esercita non sia sufficientemente impegnato, ma perché il tono con cui si guarda a sé stessi cambia le condizioni in cui il cambiamento è possibile, e un sistema nervoso in stato di allerta non ha accesso alle stesse risorse di un sistema nervoso che si sente abbastanza al sicuro da poter stare con la propria difficoltà senza che quella difficoltà venga trattata come una colpa.
In questo senso, la cura di sé non comincia con le azioni — con le routine, con le pratiche, con i comportamenti che si decide di adottare — ma con la qualità dell’attenzione che si porta nel momento in cui ci si accorge di qualcosa, perché è lì, in quella prima risposta interna a ciò che si sta sentendo, che si decide se il rapporto con sé stessi sarà un rapporto di riconoscimento o un rapporto di gestione, e quella differenza attraversa poi tutto il resto, anche le azioni più concrete.
Imparare a guardarsi con un’attenzione diversa
Riconoscere la differenza tra cura e controllo richiede una certa familiarità con il proprio tono interno — con il modo in cui ci si parla quando le cose non vanno come si vorrebbe, con la qualità di quella voce che registra, valuta, commenta, e con la sensazione corporea che quella voce produce, perché il corpo risponde diversamente a un’attenzione benevola e a un’attenzione giudicante, anche quando entrambe hanno come oggetto la stessa persona e la stessa situazione.
Sviluppare la capacità di portare su di sé lo stesso tipo di attenzione che si vorrebbe ricevere dall’esterno — non indulgente, non cieca rispetto alle difficoltà, ma fondamentalmente dalla propria parte — non è un processo né rapido né semplice, perché richiede di modificare qualcosa che si è consolidato nel tempo attraverso migliaia di piccoli scambi con sé stessi, ognuno dei quali ha contribuito a definire la qualità del clima interno che si abita ogni giorno, e quel clima è difficile da cambiare per volontà diretta, ma si modifica — lentamente, per esperienze successive — quando ci si trova dentro relazioni in cui il riconoscimento ha la qualità giusta, e in cui si impara per contatto che essere visti senza essere giudicati è possibile, e che quella possibilità può diventare, nel tempo, anche una competenza interna.
Danilo Toneguzzi
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