Il giudizio interno come clima relazionale
Capita, in molti momenti della giornata, di accorgersi che dentro di noi c’è una voce che commenta ciò che facciamo, ciò che diciamo, ciò che pensiamo, e che lo fa con una continuità tale da diventare quasi inavvertibile, come un sottofondo che non si nota più perché c’è sempre stato. Questa voce non è ovviamente una voce in senso letterale, ma è una presenza interiore che valuta, soppesa, approva o disapprova, e che colora la nostra esperienza di sé con una tonalità che dipende dal tipo di rapporto che abbiamo, da molto tempo, costruito con noi stessi.
A volte questa voce è blanda e quasi accomodante, altre volte è invece severa, tagliente, capace di farci ritrarre nello stesso istante in cui ci stavamo aprendo a qualcosa. La sua qualità varia da persona a persona e da momento a momento, ma una cosa accomuna tutte le sue forme: il modo in cui ci parla determina lo stato d’animo con cui attraversiamo le ore, e crea, dentro di noi, un clima che ci portiamo addosso in ogni relazione, in ogni compito, in ogni silenzio.
Come trattiamo noi stessi quando nessuno guarda
Di solito si pensa che il giudizio interno sia una questione privata, qualcosa che riguarda il singolo nel suo dialogo con sé, separato dal mondo delle relazioni che lo circondano. Si tende a vederlo come una caratteristica personale, magari come un tratto del carattere, come una tendenza più o meno marcata all’autocritica, e a trattarlo come un fatto che si può modificare con un po’ di buona volontà, con qualche esercizio, con un cambiamento di prospettiva.
In realtà, il giudizio interno è qualcosa di più complesso e più radicato, perché non nasce dentro di noi come una scelta autonoma, ma si forma nel tempo a partire dal modo in cui siamo stati guardati, ascoltati, riconosciuti o trascurati nelle relazioni che ci hanno fatto crescere. La voce che oggi ci parla con un certo tono non è una voce nostra in senso pieno, ma è l’eco, interiorizzata e fatta propria, dei climi relazionali che abbiamo abitato, e che a un certo punto sono diventati il modo in cui ci pensiamo.
Un clima che entra in ogni relazione
Da qui emerge un aspetto che spesso resta in ombra, e che riguarda il fatto che il giudizio interno non resta confinato dentro di noi, ma entra silenziosamente in tutte le relazioni che viviamo, ne determina la tonalità, ne condiziona l’apertura o la chiusura. Quando ci muoviamo in una giornata con una voce interna severa, il nostro corpo si dispone in un modo particolare, lo sguardo cambia, le parole si scelgono con un’altra cautela, e questa nostra disposizione viene percepita, anche senza che venga nominata, da chi ci sta accanto.
Per questo il modo in cui trattiamo noi stessi non è mai soltanto una faccenda interna, perché diventa il clima che portiamo nelle relazioni, l’aria che facciamo respirare a chi ci avvicina. Una persona che si tratta con durezza tende a creare, anche senza volerlo, un campo relazionale in cui anche gli altri si sentono valutati, esposti, soppesati. Una persona che riesce a tenere con sé un atteggiamento più morbido, invece, crea uno spazio in cui chi le sta vicino può respirare con un po’ più di larghezza, senza sentirsi sempre sotto esame.
Quando ci si accorge della voce
Riconoscere questa voce, però, è un passaggio meno semplice di quanto sembri, proprio perché la sua qualità è quella di non essere percepita come voce, ma di confondersi con ciò che pensiamo di noi stessi. La frase “non sono abbastanza”, per esempio, non si presenta come un giudizio, ma come un fatto, come una semplice constatazione che la realtà sembra confermare. Solo in certi momenti, magari dopo un incontro che ci ha fatto stare bene, o dentro una pausa in cui il rumore mentale si attenua, ci si accorge che quella frase era una voce, e che la stavamo confondendo con la verità.
In questi momenti, qualcosa cambia, perché si crea una distanza minima tra noi e ciò che ci diciamo, e in quella distanza si apre la possibilità di accorgersi che il modo in cui ci parliamo è una scelta che si rinnova ogni giorno, anche quando non sembra esserlo. Non si tratta di sostituire una voce severa con una voce compiacente, perché anche quella sarebbe un’imposizione, ma di iniziare a chiedersi se la voce che abbiamo dentro è una voce con cui vorremmo davvero passare la vita.
Restare con un altro tono
Nel tempo, accorgersi del clima interno che ci portiamo addosso permette di iniziare a modificarlo, non attraverso esercizi di volontà, ma attraverso una pratica più sottile, che assomiglia a quella di un’ospitalità interna. Si tratta di imparare a stare con se stessi nello stesso modo in cui si vorrebbe essere accolti da una persona che ci vuole bene, con una qualità di attenzione che non chiede prestazioni, non valuta in ogni istante, non commenta. È un atteggiamento che non si conquista una volta per tutte, ma che si abita giorno per giorno, con piccoli aggiustamenti.
In questo senso, abitare un giudizio interno più morbido significa restare con se stessi come si starebbe con qualcuno di prezioso, senza la pretesa di essere sempre all’altezza, senza la fretta di correggere ciò che ancora non funziona. È in questo restare, paziente e ravvicinato, che il clima relazionale che abbiamo costruito con noi stessi inizia, lentamente, a cambiare di temperatura, e a diventare uno spazio in cui si può, semplicemente, stare.
Danilo Toneguzzi
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