Il cervello sociale in una società che isola

Il cervello umano si è formato, nel corso di una lunghissima storia evolutiva, dentro contesti di prossimità continua, in cui ogni individuo era costantemente immerso nei volti, nelle voci e nei gesti degli altri membri del gruppo. Questa immersione non era uno sfondo della vita, ma la condizione di base entro cui le strutture cerebrali si sono organizzate, fino a diventare ciò che siamo: organismi profondamente sociali, regolati momento per momento dalla qualità delle relazioni in cui si trovano.

Oggi quel cervello, sostanzialmente immutato nelle sue caratteristiche fondamentali, si trova a vivere dentro contesti che hanno una geometria completamente diversa, fatta di prossimità intermittenti, di legami a distanza, di tempi di interazione abbreviati, di volti spesso filtrati da uno schermo. Si tratta di una distanza tra ciò per cui siamo fatti e ciò in cui ci troviamo a stare, e questa distanza non è una questione teorica, ma una condizione che ciascuno percepisce nel proprio corpo, anche quando non sa nominarla.

Quando ciò che ci nutre diventa difficile da trovare

Per molto tempo si è pensato che l’isolamento riguardasse soltanto chi viveva da solo, o chi aveva poche relazioni significative, come se fosse una condizione marginale rispetto a una norma di socialità diffusa. In realtà, ciò che emerge oggi è qualcosa di diverso, e riguarda anche persone circondate di legami, immerse in famiglie, in coppie, in luoghi di lavoro popolati, eppure attraversate da una sottile fatica di non sentirsi mai abbastanza raggiunte da chi pure è lì.

Questo fenomeno trova una spiegazione nella stessa biologia del nostro cervello, che non si nutre semplicemente della presenza degli altri, ma di una qualità specifica di quella presenza, fatta di attenzione reciproca, di tempi che permettono lo scambio, di sguardi che si posano l’uno sull’altro abbastanza a lungo perché qualcosa si riconosca. Quando questa qualità manca, il cervello continua a cercarla, anche quando le persone intorno sono molte, perché ciò che gli serve non è il numero dei contatti ma la consistenza dell’incontro.

Una geometria sociale che non ci pensa

Da qui emerge un aspetto che spesso resta in ombra, e che riguarda il modo in cui l’organizzazione della vita contemporanea è stata pensata. Le città, gli orari, gli spazi di lavoro, i ritmi familiari, le forme della comunicazione: tutto è stato costruito intorno a criteri di efficienza, di produttività, di accessibilità, dando per scontato che le persone potessero adattarsi senza grandi costi a qualsiasi organizzazione del tempo e dello spazio.

In questo modo si è formata una geometria sociale che non tiene conto di ciò che il cervello chiede per stare bene, e che chiede agli individui un adattamento continuo a contesti che non sono fatti per loro. Non si tratta di nostalgie per un tempo passato, perché quel tempo aveva le sue durezze e non andrebbe idealizzato. Si tratta, più semplicemente, di riconoscere che la qualità relazionale della vita quotidiana ha subito una trasformazione profonda, e che questa trasformazione produce effetti tangibili sulle persone, anche quando le persone non riescono a metterli in parole.

Il corpo lo sa prima della mente

Infatti, prima ancora che il pensiero arrivi a formulare un disagio, è il corpo a registrarlo, attraverso una stanchezza che non si spiega con le ore di sonno, un’irrequietezza che non trova causa, una difficoltà a fermarsi che non sembra avere oggetto. Sono tutti segnali di un sistema che cerca qualcosa che non riesce a trovare, e che continua a chiedere quel qualcosa anche quando la mente è impegnata altrove, nei compiti, nelle scadenze, nei piccoli movimenti che riempiono le giornate.

Questa lettura non serve a colpevolizzare nessuno, perché non si tratta di accusare le persone di non avere relazioni di qualità sufficiente, né di pretendere che ognuno trovi da solo la cura di un problema che è prima di tutto collettivo. Serve, semmai, a riconoscere che ciò che molti percepiscono come una propria difficoltà personale ha radici molto più ampie, e che la fatica di stare in questo tempo non è un segno di debolezza individuale ma una risposta intelligente di un organismo che continua a chiedere ciò di cui ha bisogno.

Restare con la consapevolezza della distanza

Nel tempo, riconoscere questa distanza tra il cervello sociale che siamo e l’organizzazione che ci circonda permette di leggere diversamente molte delle proprie esperienze, di non confonderle con problemi di carattere, di non irrigidirsi nella ricerca di soluzioni individuali per ciò che è invece una condizione condivisa. Permette anche di iniziare a vedere quanto possa fare la differenza, anche dentro una geometria che resta squilibrata, la cura concreta di quei pochi spazi in cui un incontro vero può ancora accadere.

In questo senso, abitare consapevolmente questo squilibrio significa restare con la sensazione che qualcosa nel modo in cui viviamo non corrisponde a ciò di cui siamo fatti, e che proprio per questo gli incontri nei quali si torna a sentirsi visti meritano un’attenzione particolare. Non come compensazione di un’epoca difficile, ma come riconoscimento di ciò che resta, in ogni tempo, la base più semplice della vita: poter stare, anche per un momento, dentro una relazione che ci tenga.

Danilo Toneguzzi

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