Quando la ragione costa più della pace
In molte relazioni spezzate esiste una fase che assomiglia all’immobilità: le due persone sono vive, hanno ancora a che fare con il mondo, continuano a muoversi nelle proprie giornate, eppure qualcosa tra loro è rimasto fermo esattamente dove si era fermato, come se il momento della frattura avesse cristallizzato un assetto che nessuno dei due ha trovato il modo di sciogliere, non perché manchi la volontà, ma perché scioglierlo richiederebbe fare qualcosa che, nel momento in cui lo si considera, sembra costare troppo.
Quel qualcosa ha un nome che raramente viene detto ad alta voce, ma che è presente come struttura portante di molte distanze protratte: è il credito accumulato nel conflitto, la misura precisa di quanto si è stati lesi, di quanto si è aspettato che l’altro venisse incontro, di quanto si è sofferto senza che nessuno lo riconoscesse abbastanza, e che ha finito per diventare, nel tempo, la ragione stessa per cui restare dove si è.
La fortezza e il suo costo nascosto
Avere ragione in un conflitto relazionale è, in una certa misura, una forma di protezione, e come tutte le protezioni ha una logica interna che vale la pena rispettare: protegge dall’umiliazione di cedere senza che il torto subito venga riconosciuto, protegge dal rischio di fare il primo passo e di essere rifiutati di nuovo, protegge dal riaprire un dolore che si è faticosamente imparato a tenere a distanza, e per questo la posizione difensiva non va mai semplicemente giudicata come orgoglio o meschinità, perché risponde a qualcosa di reale nel modo in cui il sistema emotivo gestisce le ferite non elaborate.
Il problema non è la protezione in sé, ma il fatto che la stessa struttura che protegge dal rivivere la ferita impedisce anche qualsiasi movimento verso qualcosa di diverso, perché per muoversi bisogna uscire dalla fortezza, e uscire dalla fortezza significa mettere a rischio il credito accumulato, significa ammettere implicitamente che il conto non era solo a favore di una parte, significa fare spazio a una versione dei fatti in cui anche la propria parte diventa visibile, e questo — in certi momenti, con certe persone, dopo certe cose — è esattamente ciò che sembra impossibile fare.
Di solito si pensa che chi non fa il primo passo verso la riconciliazione sia incapace di perdonare, o troppo orgoglioso, o semplicemente indifferente alla relazione perduta, e in realtà quello che si osserva più spesso è quasi il contrario: chi resta trincerato nella propria ragione è quasi sempre qualcuno per cui quella relazione contava moltissimo, e la misura stessa dell’attaccamento al credito — la precisione con cui si ricorda ogni dettaglio del torto subito, l’energia investita nel mantenerlo al centro dell’attenzione — è una misura obliqua di quanto la relazione valesse, non una prova di indifferenza verso di essa.
La nostalgia che tradisce
In molte di queste distanze protratte esiste qualcosa che raramente trova espressione, ma che si fa sentire in forme laterali: non la rabbia, che è ancora una forma di legame e di energia rivolta verso l’altro, ma qualcosa di più silenzioso e di più difficile da nominare — una nostalgia sottile per come era prima, per la qualità di certo scambio che non si ritrova altrove, per la presenza specifica di quella persona in certi momenti della propria vita, e che continua a comparire nei posti più inaspettati, nei momenti in cui si sarebbe voluto raccontargli qualcosa, nel riflesso di un’abitudine condivisa che non si è del tutto dismessa.
Quella nostalgia non chiede di essere risolta, ma chiede di essere ascoltata, perché dice qualcosa di importante sul modo in cui il legame perduto continua a operare, anche sotto la superficie della ragione difesa con tanta cura, e dice anche che il costo reale di restare nella fortezza non è soltanto la relazione perduta come fatto esterno, ma qualcosa di più interno e di più costante: la parte di sé che continua a investire energie in una posizione che si protende verso il passato invece di potersi rivolgere verso qualcosa di ancora aperto.
Riconoscere questo meccanismo — la fortezza, la logica che la tiene in piedi, il costo nascosto che produce, la nostalgia che la attraversa senza scalfirla — non è lo stesso che sapere cosa farne, e in questo senso la mia riflessione non porta risposte, perché le risposte dipendono da persone e storie specifiche che nessuna riflessione generale può conoscere abbastanza da orientare con precisione, ma il riconoscimento stesso ha un valore che non è secondario: cambia il tipo di domanda che ci si fa sulla propria posizione nel conflitto, da «chi ha più ragione?» a qualcosa di molto più difficile e molto più utile da tenere con sé.
Cosa rende possibile il movimento
Le relazioni in cui si è imparato a stare con il conflitto senza che il conflitto cancelli la persona — in cui si è sperimentato che portare il proprio punto di vista non significa perdere il legame, e che cedere su qualcosa non significa perdere sé stessi — offrono una risorsa diversa nei momenti di frattura, non perché eliminino il dolore o rendano facile ciò che è difficile, ma perché creano le condizioni in cui uscire dalla fortezza non equivale a soccombere, e il primo passo verso l’altro non coincide automaticamente con la rinuncia a ciò che si è vissuto.
Come ho illustrato nel mio ultimo libro “Relazioni che fioriscono”, costruire quella qualità relazionale — quello spazio in cui il conflitto può esistere senza diventare definitivo, in cui la ragione e la relazione non si escludono necessariamente — non è un’operazione che si fa nel momento della crisi, ma molto prima, nel modo ordinario in cui ci si parla, ci si ascolta, ci si riconosce nelle giornate in cui non c’è niente di urgente da risolvere, e in cui il legame si nutre o si impoverisce senza che nessuno se ne accorga, finché non arriva il momento in cui la fortezza sembra l’unica opzione rimasta.
Danilo Toneguzzi
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