La giostra dei punti sensibili

La domenica sera, quando il fine settimana si chiude e la settimana non è ancora cominciata, in molte case riprende una discussione che entrambi conoscono già a memoria. Lei fa notare che anche questa volta i programmi li ha decisi lui, mentre lui risponde che non è vero e che, comunque, lei non è mai contenta di nulla. Bastano pochi scambi perché il tono salga, e a quel punto le parole sono le stesse dell’anno scorso, quasi nello stesso ordine.

Da fuori, però, si vede ciò che dall’interno sfugge, perché le frasi di lei nascono dalla paura di non contare, di essere quella che si adegua. Quelle di lui, invece, nascono dalla paura di non bastare mai, qualunque cosa faccia, e ognuno dei due, proteggendosi, finisce per toccare esattamente il punto più fragile dell’altro.

Quando il tema non è il tema

Chi vive conflitti di questo tipo sa che l’argomento cambia, mentre la sensazione resta identica, come se la casa, i soldi o il tempo fossero costumi diversi della stessa scena. Si può litigare per un conto da pagare o per una telefonata non fatta, eppure il punto d’arrivo è sempre quella stanchezza amara di non essere capiti.

In realtà, ciò che si accende in quei momenti non riguarda quasi mai il tema dichiarato, ma qualcosa di più antico, che ciascuno porta con sé da prima della relazione. Può essere il timore di essere giudicati, di passare inosservati, di risultare insufficienti, e, quando quel timore viene sfiorato, reagiamo con un’intensità che, vista da fuori, appare sproporzionata.

Per questo l’altro resta spesso spiazzato, perché vede una reazione enorme per un motivo piccolo e la legge come un attacco, rispondendo a sua volta con la propria difesa. Nel tempo, la sequenza si stabilizza fino a diventare un movimento che gira da solo, come una giostra su cui nessuno dei due ricorda di essere salito.

Nessuno è salito per cattiveria

Di solito si pensa che, nei litigi che si ripetono, ci sia qualcuno che sbaglia più dell’altro, e che basterebbe stabilire chi ha ragione per spezzare il cerchio. È un modo di vedere molto diffuso, perché ci offre una via d’uscita apparentemente semplice, ma finisce per alimentare proprio la dinamica che vorremmo interrompere.

Quando infatti ciascuno cerca di dimostrare di avere ragione, si sente ancora più giudicato, ancora meno visto, e la difesa si irrigidisce invece di allentarsi. In questo senso, la giostra non è sostenuta dalla cattiveria di nessuno, ma da due tentativi di protezione che si incastrano alla perfezione, come ingranaggi progettati per muoversi insieme.

Guardare il conflitto in questo modo non significa giustificare tutto, né rinunciare a dare un nome a ciò che ferisce, ma cambiare la lente con cui leggiamo il comportamento dell’altro. Dietro la reazione più tagliente, quasi sempre, c’è qualcuno che si sta difendendo, e raramente qualcuno che desidera davvero colpire.

Una domanda più scomoda

Da qui la domanda che ci accompagna nel conflitto può spostarsi lentamente, lasciando sullo sfondo chi abbia ragione per avvicinarsi a una questione più personale e meno comoda. Che cosa sto difendendo, quando reagisco così, e quale parte di me si sente minacciata da una frase che, in un altro giorno, mi sarebbe scivolata addosso?

Molte persone, ripensando ai litigi più ricorrenti della propria vita a due, riconoscono che la ferita toccata era sempre la stessa, anche quando cambiavano i motivi e le circostanze. Allo stesso tempo, accorgersi che anche l’altro protegge qualcosa di fragile modifica il clima della discussione, perché trasforma un avversario da battere in una persona da comprendere.

Una coppia, in fondo, non è fatta soltanto di due individui, ma anche dello spazio tra loro, che può diventare un luogo di allarme oppure un luogo sufficientemente sicuro. Quando entrambi si sentono in pericolo, ogni parola viene letta come una minaccia, mentre quando la sicurezza emotiva cresce le stesse parole possono essere ascoltate per ciò che vogliono dire.

Il modo in cui si scende dalla giostra resta una questione aperta, che nessuna formula può risolvere una volta per tutte e che ogni coppia attraversa con i propri tempi. I principi della Comunicazione Affettiva e le abilità raccolte nel libro Relazioni che fioriscono, partono da qui, dall’idea che il comportamento dell’altro sia il segnale di un bisogno, non una colpa.

Riconoscere il bisogno dietro una difesa, coltivare un clima in cui nessuno debba proteggersi di continuo, restare presenti quando la ferita si riapre sono tracce di un lavoro lento. È forse dentro questo tempo, più che nella ricerca di una ragione, che una relazione può smettere di girare su se stessa e cominciare, piano, ad abitare un altro ritmo.

Danilo Toneguzzi

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