La solitudine emotiva anche in mezzo agli altri.

C’è una forma di solitudine che non ha nulla a che vedere con l’essere soli. È la solitudine di chi sta in mezzo agli altri, ma non si sente visto; di chi parla, ma non si sente ascoltato, e di chi è circondato da persone, ma ha perso il senso di connessione con tutte.

Questa solitudine non si vede dall’esterno. Chi la vive spesso ha una vita sociale attiva, relazioni che sembrano funzionare, una quotidianità condivisa. Eppure, dentro, abita un deserto: una sensazione sottile di essere separati da tutto, come dietro un vetro invisibile.

È un’esperienza sempre più diffusa. E forse è proprio questo il paradosso del nostro tempo: siamo più connessi che mai, eppure il senso di disconnessione cresce. Abbiamo più strumenti per comunicare, ma meno spazi in cui sentirci davvero incontrati.

Quando il Sistema si spegne

La nostra biologia è costruita per la connessione. Possediamo un sistema innato – il Sistema di Coinvolgimento Sociale – scritto nella nostra natura di mammiferi, che ci orienta verso gli altri. Quando questo sistema è attivo, ci sentiamo aperti, disponibili, capaci di contatto. Quando si spegne, tutto cambia.

Questo sistema si attiva solo quando percepiamo sicurezza. Quando sentiamo che l’altro è accessibile, accogliente, degno di fiducia. Se invece percepiamo un pericolo o una minaccia, anche sottile, il sistema si disattiva. E con esso si spegne la possibilità stessa della connessione.

A volte queste percezioni di pericolo o minaccia non hanno a che fare con le persone intorno a noi. Hanno a che fare con qualcosa di più profondo. Con ferite antiche, delusioni accumulate, un senso di sfiducia che si è sedimentato nel tempo. E così ci ritroviamo a vivere in difesa, anche quando non c’è nessun pericolo reale.

Viviamo tra gli altri, ma non con gli altri. Parliamo, ma non ci apriamo. Ascoltiamo, ma non ci lasciamo toccare. Il corpo è presente, ma qualcosa dentro si è ritirato. E quella distanza, invisibile agli altri, diventa per noi un muro invalicabile.

La connessione con sé

C’è un aspetto che spesso sfugge. Il sistema che ci permette di connetterci con gli altri è lo stesso che ci permette di connetterci con noi stessi. Quando si spegne verso l’esterno, si spegne anche verso l’interno. E viceversa.

Chi ha perso il contatto con sé fatica a sentire cosa prova davvero. Fatica a riconoscere i propri bisogni, a dare valore alle proprie emozioni. Vive in una sorta di estraneità da se stesso, che poi si riflette nell’estraneità verso gli altri.

E chi ha perso il contatto con gli altri, spesso, ha perso anche la capacità di accogliersi. Vive in un giudizio costante verso se stesso, in una svalutazione sottile che lo accompagna. Non si sente degno di essere visto, e così smette di cercare lo sguardo altrui.

Sono due facce della stessa medaglia. Due manifestazioni di un unico sistema che si è spento. E questo significa che lavorare su una dimensione significa lavorare anche sull’altra. Ritrovare se stessi aiuta a ritrovare gli altri. E ritrovare gli altri aiuta a ritrovare se stessi.

Ritrovare il senso di appartenenza

Uscire da questa solitudine non è questione di moltiplicare i contatti. Non basta frequentare più persone, partecipare a più eventi, riempire l’agenda. La solitudine emotiva non si risolve con la quantità. Si risolve con la qualità del contatto.

Serve riattivare quel sistema che si è spento. E questo richiede esperienze di sicurezza, non solo idee sulla sicurezza. Richiede relazioni in cui potersi mostrare senza paura. Momenti in cui sentirsi accolti per ciò che si è, non per ciò che si fa.

Richiede anche un lavoro su di sé. Esplorare le percezioni che ci tengono in difesa. Riconoscere le ferite che hanno spento il sistema. Imparare, gradualmente, a fidarsi di nuovo. Prima di sé, poi degli altri. O forse contemporaneamente, perché le due direzioni si alimentano a vicenda.

Tornare a sentirsi parte

Comprendere come funziona questo sistema innato aiuta a non personalizzare la solitudine. Non è una colpa, non è un difetto di carattere. È il risultato di esperienze che hanno insegnato al sistema nervoso a proteggersi. E ciò che è stato appreso può essere trasformato.

La nuova scienza dei rapporti umani ci mostra che la connessione non è un lusso, ma un bisogno biologico; che il senso di appartenenza non è sentimentalismo, ma il fondamento della sicurezza interiore e che ritrovare quel senso di connessione, con sé e con gli altri, è possibile.

Forse il primo passo è riconoscere quella solitudine per ciò che è. Non negarla, non coprirla con l’attività, non anestetizzarla con le distrazioni. Guardarla, nominarla, accoglierla. Perché è proprio da quel riconoscimento che può iniziare il cammino di ritorno. Verso sé, verso gli altri e verso quella connessione che la nostra natura non smette mai di cercare.

Danilo Toneguzzi

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