Stress e funzionamento cognitivo: vediamo cosa accade al cervello quando non ci sentiamo al sicuro.
Capita a tutti di trovarsi in una discussione con qualcuno che ci sta a cuore e di accorgersi, a un certo punto, di non riuscire più a pensare con lucidità, di perdere il filo del discorso, di dire cose che non si intendeva dire o di non trovare le parole per esprimere ciò che si sente davvero. È un’esperienza comune, eppure raramente ci si ferma a chiedersi cosa stia accadendo in quei momenti, cosa succeda dentro di noi quando una relazione diventa fonte di stress anziché di sicurezza, e perché, proprio con le persone più importanti, sembriamo a volte perdere la capacità di essere noi stessi.
Di solito si pensa che questi momenti siano dovuti alla rabbia, all’emotività eccessiva, a una mancanza di autocontrollo, e che basterebbe calmarsi, respirare, contare fino a dieci per tornare a ragionare con chiarezza. In realtà, ciò che accade in quei momenti ha radici molto più profonde di quanto si creda e riguarda il modo in cui il nostro cervello è programmato per rispondere a ciò che percepisce come una minaccia, anche quando quella minaccia non è fisica ma relazionale.
Il cervello che percepisce il pericolo
Il nostro sistema nervoso è costantemente impegnato a monitorare l’ambiente circostante per distinguere ciò che è sicuro da ciò che è potenzialmente pericoloso: si tratta di un processo, denominato “neurocezione“, che avviene al di sotto della coscienza e precede qualsiasi valutazione razionale. Quando questo sistema rileva sicurezza, si attivano le parti del cervello che ci permettono di entrare in connessione con gli altri, di pensare in modo flessibile, di ascoltare e di esprimerci con chiarezza. Quando invece rileva pericolo o minaccia, anche se si tratta di una minaccia puramente emotiva, come il sentirsi criticati, rifiutati o non compresi, si attivano i sistemi difensivi che hanno lo scopo di proteggerci, ma che, nel farlo, compromettono molte delle nostre capacità cognitive e relazionali.
Questo significa che quando ci sentiamo minacciati all’interno di una relazione, il nostro cervello entra in una modalità di funzionamento completamente diversa: le aree coinvolte nel ragionamento complesso, nella riflessione, nella capacità di vedere le cose dalla prospettiva dell’altro diventano meno accessibili, mentre prendono il sopravvento reazioni più primitive orientate alla difesa. Non è una questione di volontà o di carattere: è il modo in cui siamo biologicamente costruiti.
Quando la relazione diventa il pericolo
Il paradosso è che proprio le relazioni più significative, quelle in cui abbiamo investito di più emotivamente, sono anche quelle in cui siamo più vulnerabili a questo tipo di attivazione difensiva. Quando percepiamo che il legame con una persona importante è in pericolo, quando ci sentiamo criticati o rifiutati da chi amiamo, il nostro sistema nervoso può reagire come se fosse in gioco la sopravvivenza stessa, perché in un certo senso lo è: per la nostra natura di mammiferi sociali, il legame con gli altri è una questione di sicurezza fondamentale, non un lusso emotivo.
Per questo le discussioni di coppia possono degenerare così rapidamente, per questo con i nostri figli o i nostri genitori possiamo perdere la pazienza in modi che ci sorprendono. Non è che diventiamo improvvisamente stupidi o cattivi: è che il nostro cervello sta funzionando in una modalità diversa, una modalità di protezione che limita l’accesso alle risorse cognitive superiori proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno.
Il circolo vizioso dello stress relazionale
Questa dinamica tende a creare circoli viziosi difficili da interrompere: quando una persona entra in modalità difensiva, il suo comportamento cambia in modi che l’altro percepisce come ostili o distanti, il che attiva a sua volta la difensività dell’altro, e così via in una spirale che può allontanare progressivamente due persone che si amano. Entrambi stanno reagendo a ciò che percepiscono come una minaccia, entrambi stanno cercando di proteggersi, ma nel farlo contribuiscono a creare esattamente l’insicurezza da cui cercano di difendersi.
Il punto cruciale è che non si tratta semplicemente di gestire meglio le emozioni o di imparare tecniche di comunicazione più efficaci, per quanto queste cose possano essere utili. Si tratta di comprendere che la qualità del clima relazionale ha un impatto diretto sul funzionamento del nostro cervello, che il senso di sicurezza emotiva non è un optional ma una condizione necessaria perché le nostre capacità migliori possano esprimersi, che quando ci sentiamo al sicuro con qualcuno possiamo pensare meglio, ascoltare meglio, essere più creativi e più generosi.
Le relazioni come antidoto
Esiste però anche il rovescio della medaglia, ed è forse la scoperta più importante che le neuroscienze ci hanno consegnato negli ultimi decenni: così come le relazioni stressanti compromettono il nostro funzionamento, le relazioni sicure lo potenziano e lo nutrono. Quando siamo in connessione con qualcuno che ci fa sentire visti, compresi e accolti, il nostro sistema nervoso entra in uno stato che favorisce l’apertura, la curiosità, la capacità di apprendere e di crescere. Le buone relazioni non sono semplicemente piacevoli: sono letteralmente un nutrimento per il nostro cervello e per la nostra mente.
Per questo la qualità delle relazioni affettive non è un aspetto marginale della nostra vita, ma ne determina in larga misura la qualità complessiva, la nostra capacità di affrontare le difficoltà, di realizzare ciò che ci sta a cuore, di essere la versione migliore di noi stessi. E per questo imparare a costruire relazioni che generino sicurezza anziché minaccia, connessione anziché difesa, riconoscimento anziché giudizio non è un lusso per chi ha tempo da dedicare alla crescita personale, ma una competenza fondamentale per vivere bene.
La comunicazione affettiva offre strumenti concreti per costruire questo tipo di relazioni, strumenti che partono dalla consapevolezza di come funzioniamo e che permettono di creare climi relazionali in cui sia possibile sentirsi al sicuro, essere se stessi, e dare il meglio di sé. Non si tratta di tecniche da applicare meccanicamente, ma di un modo diverso di stare nelle relazioni, un modo che tiene conto della nostra natura profonda e dei nostri bisogni più autentici. Perché alla fine, prendersi cura delle proprie relazioni significa prendersi cura di se stessi, del proprio cervello, della propria capacità di vivere una vita piena e significativa.
Danilo Toneguzzi
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