Quando la comunicazione diventa una prestazione.
Ci sono persone che parlano bene. Scelgono le parole con cura, costruiscono frasi equilibrate, modulano il tono. Sanno cosa dire e come dirlo. Eppure, nonostante questa apparente padronanza, le loro relazioni non funzionano come vorrebbero. Qualcosa non arriva, qualcosa si perde nel passaggio tra ciò che dicono e ciò che l’altro riceve.
Spesso questa attenzione alle parole nasce da un bisogno che ha poco a che fare con la comunicazione in sé. È un tentativo di controllare l’effetto che si produce sull’altro. Di non sbagliare. Di non essere fraintesi, giudicati, rifiutati. Più la relazione sembra fragile, più cresce l’urgenza di parlare nel modo giusto.
Ma qui si nasconde un paradosso. Più ci si concentra sulla forma di ciò che si dice, più ci si allontana da ciò che si sente. E l’altro, anche senza saperlo spiegare, percepisce questa distanza. Percepisce che c’è qualcosa di costruito, di non del tutto autentico.
Lo sforzo invisibile di chi cerca le parole giuste
Quante volte è capitato di dover parlare con qualcuno che ci mette in ansia. Di fronte a quella persona, cerchiamo di controllare le emozioni, studiamo cosa dire, scegliamo le parole con attenzione. Di solito è incredibilmente faticoso. E nonostante lo sforzo, il risultato spesso non corrisponde alle aspettative.
Questo accade perché ciò che diciamo e come lo diciamo non nascono da soli. Riflettono qualcosa di più profondo. Se ho paura di essere rifiutato o criticato, quella paura condiziona la mia intenzione. E l’intenzione condiziona il comportamento, qualunque tecnica io cerchi di applicare.
Non è possibile controllare la comunicazione trascurando ciò che sta sotto. Le parole perfette, pronunciate da un luogo di paura, restano parole di paura. L’altro le riceve come tali, anche se non sa spiegare perché.
Il mito delle tecniche comunicative
Esistono molti corsi che insegnano a comunicare meglio. Tecniche, strategie, formule. Si occupano di cosa dire e come dirlo. Funzionano, in parte. Ma hanno un limite: si concentrano sulla punta dell’iceberg, ignorando ciò che sta sotto la superficie.
La parte invisibile dell’iceberg è fatta di percezioni e intenzioni. Se percepisco l’altro come un giudice, la mia intenzione sarà difensiva. Se lo percepisco come una minaccia, la mia comunicazione rifletterà quella paura. Nessuna tecnica può mascherare questo. Il corpo parla, lo sguardo parla, il tono parla.
Per questo la performance comunicativa, per quanto raffinata, non crea connessione: crea distanza. L’altro sente che qualcosa non torna. E si ritrae, senza sapere perché.
Quando parlare bene compensa la fragilità del legame
Spesso la cura ossessiva delle parole è il sintomo di una relazione che non si sente sicura. Dove manca la fiducia di base, dove non ci si sente accolti per quello che si è, la comunicazione diventa un campo minato. Ogni frase può essere quella sbagliata. Ogni parola può innescare un conflitto.
In queste condizioni, parlare bene diventa un modo per sopravvivere, non per incontrarsi. Un tentativo di tenere insieme qualcosa che non sta insieme da solo. Ma più si cerca di controllare la comunicazione, più si perde la spontaneità che rende vivo il contatto.
Il paradosso è che proprio lo sforzo di comunicare meglio può allontanare ciò che si cerca. Perché l’altro non cerca parole perfette. Cerca presenza, autenticità, la sensazione di potersi fidare.
Tornare a ciò che sta sotto le parole
Se vogliamo che la comunicazione funzioni davvero, non possiamo fermarci al comportamento. Dobbiamo occuparci di ciò che lo genera. Delle percezioni che abbiamo dell’altro. Delle intenzioni che mettiamo in campo. Del clima emotivo in cui avviene lo scambio.
È qui che la Comunicazione affettiva offre un contributo diverso. Non si limita a insegnare tecniche. Si occupa della parte nascosta dell’iceberg. Aiuta a riconoscere da quale luogo interiore si sta parlando. A comprendere come la percezione dell’altro condizioni tutto ciò che ne consegue.
Quando cambia la percezione, cambia l’intenzione. Quando cambia l’intenzione, cambia il comportamento. Senza sforzo, senza controllo. Le parole giuste arrivano da sole, quando si parla da un luogo di sicurezza invece che di paura.
Forse, allora, la domanda non è come comunicare meglio. È chiedersi da dove stiamo comunicando. Perché la comunicazione più efficace non è quella più curata. È quella che nasce da una relazione abbastanza sicura da permettere di essere veri, senza dover calcolare ogni parola.
Danilo Toneguzzi
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