Quando aiutare non aiuta
C’è qualcosa di paradossale nel voler aiutare qualcuno: si può essere animati dalle migliori intenzioni, avere competenze solide, dedicare tempo e attenzione, eppure l’aiuto non arriva. Qualcosa si perde nel passaggio, come se le parole scivolassero via senza toccare davvero l’altro.
Questo accade più spesso di quanto si pensi. Accade ai genitori con i figli, agli insegnanti con gli studenti, ai terapeuti con i pazienti. Accade a chiunque si trovi nella posizione di offrire sostegno. E la frustrazione che ne deriva può essere grande.
Di solito si pensa che il problema sia la tecnica, il metodo, le parole usate. Si cerca di affinare gli strumenti, di trovare l’approccio giusto. Ma spesso il problema è altrove. È nella qualità del contatto che si riesce a stabilire con l’altro.
La trappola del salvatore
Una delle forme più comuni di aiuto inefficace nasce dal desiderio di salvare. Di togliere all’altro il peso che porta e di risolvere al suo posto. È un movimento che sembra generoso, ma che nasconde una trappola sottile.
Chi si pone come salvatore, spesso senza accorgersene, mette l’altro nella posizione di vittima. Lo vede come qualcuno che non ce la può fare da solo. E questo sguardo, per quanto amorevole, non aiuta, anzi, toglie potere invece di restituirlo. L’altro percepisce, anche senza parole, di non essere visto nella sua piena capacità. Di essere considerato fragile, bisognoso, incapace. E questo non crea le condizioni per il cambiamento. Crea dipendenza, o resistenza.
Due estremi che non funzionano
Ci sono due modi opposti di fallire nella relazione d’aiuto. Il primo è l’ipercoinvolgimento: fondersi con l’altro, sentire il suo dolore come proprio, perdere la distinzione tra sé e lui. Quando questo accade, non c’è più spazio per pensare: si è troppo dentro, si è in confluenza.
Il secondo è la distanza troppo distaccata: restare fuori, osservare senza lasciarsi toccare, applicare tecniche senza essere presenti. Quando questo accade, l’altro sente che non c’è nessuno dall’altra parte: le parole arrivano, ma non toccano. Entrambi gli estremi impediscono il contatto. Nel primo caso si perde se stessi, nel secondo si perde l’altro. E senza contatto, l’aiuto non può passare. Restano gesti, parole, intenzioni, ma non arriva nulla.
L’arte del contatto
La capacità di fare contatto è l’abilità più importante per chi vuole aiutare qualcuno. Non è una tecnica: è un modo di stare nella relazione. Significa essere presenti senza fondersi. Vicini senza perdere se stessi. Disponibili senza sostituirsi.
Fare contatto significa sintonizzarsi sull’esperienza dell’altro senza identificarsi con essa. Significa ascoltare davvero, non per rispondere, ma per comprendere. Significa offrire uno spazio in cui l’altro possa sentirsi visto e riconosciuto. Quando il contatto c’è, qualcosa cambia. L’altro si sente meno solo. Si apre uno spazio di fiducia in cui diventa possibile esplorare, provare, cambiare. L’aiuto non viene più dall’esterno, ma nasce dalla relazione stessa.
Riconoscere l’altro come soggetto
Alla base di tutto c’è una questione di considerazione. Chi è l’altro per me? Un problema da risolvere? Una vittima da salvare? Oppure un essere umano con le sue risorse, le sue difficoltà, la sua unicità?
Quando riconosciamo l’altro come soggetto, tutto cambia. Non siamo più noi a dover trovare la soluzione. Siamo lì per accompagnare, per creare le condizioni perché l’altro possa trovare la sua strada. Il nostro compito non è salvare: è esserci.
Comprendere le dinamiche profonde che governano le relazioni d’aiuto permette di evitare le trappole più comuni. Di riconoscere quando ci si sta perdendo nell’altro o quando ci si sta allontanando troppo. Di coltivare quella disponibilità emotiva che rende l’aiuto realmente efficace.
Perché aiutare non è fare qualcosa per l’altro, bensì stare con l’altro in un modo che gli permetta di fare qualcosa per sé.
Danilo Toneguzzi
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