Quando i figli comandano

C’è un momento in cui un genitore si ritrova a parlare con il proprio figlio e si accorge, con una sensazione che somiglia allo smarrimento, di non essere più ascoltato. Le parole cadono nel vuoto o rimbalzano indietro sotto forma di risposte aggressive, sguardi che tagliano, porte che sbattono.

In quel momento qualcosa dentro di sé si contrae. Non è solo la frustrazione di non riuscire a farsi obbedire. È qualcosa di più profondo, che ha a che fare con la perdita di un ruolo, di una posizione che si credeva naturale e che invece sembra essersi dissolta.

Di solito si pensa che il problema sia il comportamento del figlio, che sia lui a dover cambiare, a dover imparare il rispetto. In realtà, quando ci si trova in questa situazione, ciò che sta accadendo ha radici molto più profonde e lontane nel tempo.

Un atto d’amore che produce l’effetto opposto

Quello che si manifesta come aggressività o prepotenza del figlio è quasi sempre il punto di arrivo di un percorso iniziato molto prima. Spesso quando quel figlio era ancora piccolo e i suoi genitori, senza rendersene conto, hanno cominciato a cedere terreno.

Questo cedere terreno raramente avviene per debolezza. Nasce quasi sempre da un movimento interiore che ha a che fare con l’amore e con il desiderio di proteggere. Quando si ha di fronte un bambino piccolo che piange, qualcosa dentro il genitore spinge a togliere quella sofferenza.

Il primo passo indietro è quasi sempre un atto d’amore. Un gesto istintivo che vuole risparmiare al proprio figlio il dolore della frustrazione. Il problema è che quel gesto, ripetuto nel tempo, produce effetti che vanno nella direzione opposta.

Un bambino che non incontra mai il limite non impara a tollerare la frustrazione. Crescendo, diventa sempre meno capace di farlo. Ogni volta che il genitore cede, il bambino impara che la strada per ottenere ciò che vuole passa attraverso una pressione sempre maggiore.

L’inversione delle posizioni

Con il passare del tempo, ciò che all’inizio era un pianto diventa una forma di comunicazione sempre più aggressiva. Nel frattempo, qualcosa si è modificato nella struttura stessa della relazione. Il genitore ha abdicato poco alla volta alla propria funzione di contenimento.

Quando questa abdicazione si compie, accade qualcosa di paradossale. Il figlio si ritrova in una posizione di potere che non gli appartiene e che non sa gestire. Il genitore scivola in una posizione subordinata. È un’inversione che fa male a entrambi.

Il problema non è tanto il comportamento aggressivo in sé, quanto l’inversione delle posizioni che si è creata. Per questo le strategie più comuni non funzionano. Non si può recuperare autorevolezza attraverso gesti che comunicano impotenza e frustrazione; non si può, cioè, recuperare autorevolezza da una posizione subordinata.

Un genitore che urla contro un figlio che non lo ascolta sta comunicando, al di là delle parole, che non ha altri strumenti. E questo non fa che confermare al figlio la propria posizione di forza.

Ciò di cui un figlio ha davvero bisogno

Un figlio non ha bisogno di un genitore che gli eviti ogni frustrazione. Ha bisogno di un genitore che sappia stare al proprio posto. Che sappia essere più grande di lui, non in senso autoritario, ma nel senso di saperlo contenere.

Quando un genitore riesce a stare in questa posizione, il figlio può permettersi di essere figlio. Può permettersi di protestare sapendo che c’è qualcuno che regge. Questa è la sicurezza di cui ha bisogno per crescere.

Riprendere la propria posizione non significa diventare più duri o entrare in una lotta di potere. Significa ritrovare quella solidità interiore che consente di dire no senza sentirsi cattivi. Di reggere la frustrazione del figlio senza cedere.

Non si tratta di trovare la tecnica giusta per farsi obbedire. Si tratta di interrogarsi su come si sta abitando la propria posizione di genitori. Su quali paure hanno guidato le proprie scelte nel tempo. Su cosa si è disposti a cambiare in se stessi.

Perché ciò di cui un figlio ha veramente bisogno non è un genitore che cede per amore. È un genitore che sa restare al proprio posto proprio perché ama.

 

Danilo Toneguzzi

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