Perché l’amore non è solo un’emozione?

Siamo abituati a pensare all’amore come a qualcosa che si prova, uno stato interiore che appartiene a chi lo sente, un’emozione che nasce dentro di noi e che poi, eventualmente, si dirige verso qualcun altro. In questa visione, amare significa provare un certo sentimento, e la qualità dell’amore dipende dall’intensità di ciò che sentiamo.

Eppure, chi ha vissuto relazioni significative sa che c’è qualcosa che non torna in questa rappresentazione, perché l’esperienza concreta dell’amore sembra avere poco a che fare con un’emozione che si possiede e molto con qualcosa che accade tra due persone, qualcosa che non appartiene né all’uno né all’altro ma che esiste solo nello spazio che si crea quando due sistemi entrano in contatto.

La biologia della connessione

La neurobiologia interpersonale e gli studi sul funzionamento del sistema nervoso ci raccontano una storia diversa da quella romantica a cui siamo abituati: l’essere umano è biologicamente programmato per cercare la vicinanza con i propri simili, e questa ricerca non è un optional sentimentale ma una necessità scritta nella nostra natura di mammiferi.

Il nostro cervello monitora costantemente l’ambiente circostante per distinguere ciò che è sicuro da ciò che è pericoloso, e questa valutazione – che avviene al di sotto della coscienza – determina quale parte del nostro sistema nervoso si attiva in un dato momento. Quando percepiamo sicurezza, si attiva ciò che è stato chiamato il «Sistema del Coinvolgimento Sociale»: un circuito neurologico che ci predispone al contatto, alla connessione, alla vicinanza con l’altro. È questo sistema che rende possibile l’intimità, la sintonizzazione e quella sensazione di essere insieme a qualcuno, in un modo che va oltre la semplice presenza fisica.

Quando invece percepiamo pericolo – e questo può accadere anche in una relazione d’amore, anche con la persona che amiamo – si attivano i sistemi difensivi, quelli della lotta o della fuga o del blocco, e il contatto si interrompe, la vicinanza diventa impossibile, anche se l’altro è lì accanto a noi.

In questo senso, l’amore non è qualcosa che proviamo, ma qualcosa che accade quando due persone riescono a creare insieme le condizioni perché i rispettivi sistemi nervosi si sentano sufficientemente al sicuro da permettere l’attivazione del coinvolgimento sociale. È un processo che richiede entrambi, che dipende da entrambi, che non può essere prodotto unilateralmente: posso sentire tutto l’amore del mondo per qualcuno, ma se quella persona non si sente sicura con me, se il suo sistema nervoso percepisce un pericolo, la connessione non avverrà e ciò che io chiamo amore resterà un’esperienza solitaria che non riesce a diventare relazione.

Quando l’amore c’è, ma la connessione no

Questo spiega perché, nelle coppie in crisi, spesso entrambi i partner dicono di amarsi e tuttavia non riescono più a stare bene insieme: il sentimento può esserci ancora, ma la capacità di co-regolarsi si è persa, i sistemi nervosi hanno smesso di sentirsi sicuri l’uno con l’altro e, al posto del coinvolgimento sociale, si sono attivate le difese. In questa condizione, ogni tentativo di avvicinarsi viene letto come minaccia, ogni parola viene filtrata dalla paura, e l’amore – per quanto sinceramente sentito – non riesce a tradursi in connessione.

La stessa dinamica si osserva nella relazione tra genitori e figli: un genitore può amare profondamente il proprio figlio e tuttavia non riuscire a offrirgli quella presenza sicura di cui il figlio ha bisogno per crescere, perché qualcosa nel suo sistema nervoso è in stato di allerta e non riesce a trasmettere la calma e la sicurezza che permetterebbero al figlio di sentirsi contenuto. In questo caso, l’amore c’è, ma manca ciò che l’amore dovrebbe produrre: quel senso di connessione sicura che è il vero nutrimento delle relazioni affettive.

Prendersi cura dello spazio tra noi

Comprendere l’amore come processo neuro-relazionale, anziché solamente come emozione individuale, cambia radicalmente il modo di guardare alle difficoltà che si incontrano nelle relazioni, perché sposta il focus da ciò che si sente a ciò che si riesce a costruire insieme. Non basta provare amore: bisogna saper creare le condizioni perché l’altro si senta sufficientemente sicuro da poter ricevere quell’amore, da potersi aprire, da poter abbassare le difese e permettere al proprio sistema nervoso di entrare in uno stato di coinvolgimento che rende possibile la vera intimità.

Questo significa che l’amore si impara, si costruisce, si coltiva attraverso la capacità di offrire all’altro un ambiente relazionale sicuro, e che tale capacità dipende in larga parte dalla nostra stessa regolazione e dal nostro senso di sicurezza interiore. Quando siamo in difesa, trasmettiamo difesa; quando siamo in allarme, trasmettiamo allarme; quando invece riusciamo a stare in uno stato di calma e apertura, offriamo all’altro la possibilità di regolarsi insieme a noi, di abbassare le proprie difese e di sentirsi al sicuro.

Forse, allora, prendersi cura dell’amore significa prima di tutto prendersi cura di ciò che accade tra noi e l’altro, di quello spazio in cui due sistemi si incontrano e si influenzano reciprocamente, imparando a riconoscere quando la connessione si interrompe e cosa la interrompe, imparando a tornare verso l’altro non solo con il sentimento ma con quella presenza calma e sicura che sola può permettere all’amore di diventare ciò che è nella sua natura più profonda: non un’emozione che si possiede, ma un’esperienza che si abita insieme.

Danilo Toneguzzi

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