Quando la famiglia chiede di non cambiare
C’è qualcosa di strano che accade quando una persona inizia a cambiare. Non sempre viene accolta con gioia. A volte, proprio le persone più vicine sembrano fare resistenza. Non con parole esplicite, ma con gesti sottili, commenti apparentemente innocui, sguardi che comunicano disapprovazione.
Chi ha fatto un percorso di crescita personale lo sa. Chi ha iniziato a porre confini dove prima non c’erano lo sa. Chi ha smesso di rispondere sempre sì, chi ha iniziato a esprimere bisogni che prima taceva, chi ha cambiato il proprio modo di stare nelle relazioni: tutti hanno sperimentato questa resistenza.
La famiglia, in particolare, può diventare il luogo dove questa resistenza si manifesta con più forza. Non perché i familiari non vogliano il nostro bene. Ma perché ogni sistema tende a mantenere il proprio equilibrio, anche quando quell’equilibrio non funziona più.
L’equilibrio che non vuole essere disturbato
Ogni famiglia è un sistema. Ogni membro occupa una posizione, ha un ruolo, risponde a certe aspettative. Nel tempo, questi ruoli si cristallizzano. Diventano il modo in cui gli altri ci vedono e il modo in cui ci aspettiamo di essere visti.
C’è chi è sempre stato quello responsabile. Chi quello fragile. Chi quello che media. Chi quello che crea problemi. Questi ruoli non sono scelti consapevolmente. Si formano nel tempo, attraverso le interazioni quotidiane. E una volta formati, tendono a perpetuarsi.
Quando qualcuno inizia a cambiare, a non rispondere più secondo il copione previsto, tutto il sistema viene scosso. Gli altri membri devono riposizionarsi. Devono trovare un nuovo equilibrio. E questo richiede fatica, adattamento, incertezza.
Le forme sottili della resistenza
La resistenza al cambiamento raramente si presenta in modo esplicito. Più spesso assume forme sottili. Il commento che sminuisce. Il richiamo a come eri prima, come se il prima fosse meglio. L’ironia che punge. La freddezza improvvisa. Il silenzio che comunica disapprovazione.
A volte è un ritorno insistente ai vecchi schemi. Ti trattano come se non fossi cambiato, come se i tuoi nuovi confini non esistessero. Non per cattiveria, ma perché il sistema cerca di ripristinare l’equilibrio che conosceva.
Altre volte è una squalifica sottile del percorso fatto. Le nuove idee vengono accolte con scetticismo. I cambiamenti vengono attribuiti a influenze esterne negative. Come se chi cambia stesse tradendo qualcosa, allontanandosi da ciò che dovrebbe essere.
Il prezzo del cambiamento
Chi cambia si trova di fronte a un paradosso doloroso. Da un lato, sente che il cambiamento è necessario per stare meglio. Dall’altro, il cambiamento mette in discussione relazioni importanti. A volte sembra di dover scegliere tra sé stessi e l’appartenenza.
Questo è uno dei punti più delicati delle dinamiche familiari. La paura di perdere il legame può portare a rinunciare al cambiamento. Oppure può portare a una rottura brusca, dove pur di cambiare si sacrifica la relazione. Nessuna delle due strade porta davvero dove vorremmo.
La via più difficile, ma anche più generativa, è un’altra. È continuare a cambiare mantenendo la connessione. È trasformarsi restando in relazione. È porre confini senza chiudere porte. Richiede tempo, pazienza, e soprattutto strumenti adeguati.
Cambiare restando in relazione
Il punto non è convincere gli altri ad accettare il nostro cambiamento. È continuare a riconoscerli come persone, anche quando non ci riconoscono nel nostro nuovo modo di essere. È mantenere aperta la possibilità del contatto, anche attraverso la trasformazione.
Questo richiede la capacità di non fare del disaccordo una questione personale. Di continuare a vedere l’altro come un proprio simile, anche quando l’altro fatica a vederci. Di separare il problema dalla persona. Di restare nel paradigma di riconoscimento anche quando tutto spingerebbe verso la chiusura.
Richiede anche la capacità di reggere il disagio della transizione. Di accettare che il nuovo equilibrio non arriverà subito; che ci vorrà tempo perché gli altri si abituino a chi stiamo diventando. E che forse non tutti ci seguiranno in questo percorso.
Comprendere come funzionano le dinamiche relazionali aiuta a non personalizzare la resistenza che incontriamo. A riconoscerla per quello che è: la risposta naturale di un sistema che cerca stabilità. E a trovare il modo di cambiare senza perdere ciò che conta, trasformando le relazioni invece di abbandonarle.
Danilo Toneguzzi
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