Ci sei per me? La “presenza” come ingrediente fondamentale del senso di sicurezza, di fiducia e di connessione in una relazione.

C’è una domanda che attraversa tutte le relazioni significative della nostra vita. Non viene quasi mai formulata ad alta voce, ma abita il cuore di ogni legame importante. È la domanda che un figlio rivolge silenziosamente al genitore. È la domanda che un partner porta dentro di sé, ed è una domanda che non smette di esistere con l’età adulta.

Ci sei per me? Posso contare su di te? Sarai ancora qui domani? Questa domanda nasce da un bisogno profondo, iscritto nella nostra natura di mammiferi: il bisogno di sentire che l’altro è presente, coinvolto, impegnato nel tempo. Non è un bisogno infantile da superare. È un bisogno che ci accompagna per tutta la vita.

Quando questo bisogno trova risposta, si sviluppa qualcosa di prezioso: un senso di sicurezza interiore che diventa la base per muoversi nel mondo. Quando invece resta insoddisfatto, la vita diventa più difficile. Si può sopravvivere, certo. Ma qualcosa manca.

Il mito dell’autosufficienza

Di solito si pensa che crescere significhi diventare autonomi, imparare a non aver bisogno degli altri. L’adulto maturo, in questa visione, è colui che basta a sé stesso. Chiedere presenza, cercare rassicurazione, desiderare che l’altro ci sia: tutto questo viene percepito come segno di debolezza o di dipendenza.

Ma la nuova scienza dell’amore ci racconta qualcosa di diverso. La dipendenza emotiva adulta non è patologica. È ciò che ci rende forti. Quando abbiamo relazioni in cui possiamo contare sull’altro, diamo il meglio di noi stessi. Non perché siamo deboli, ma perché così funziona la nostra natura.

Il bisogno di presenza non scompare con l’infanzia. Si trasforma, cambia forma, ma resta. Un figlio adulto continua a chiedersi se il genitore c’è per lui. Un partner, anche dopo anni, ha bisogno di sentire che l’altro resta. Non è immaturità. È umanità.

Cosa significa davvero essere presenti

La presenza di cui parliamo non è soltanto fisica. Non basta essere nella stessa stanza. Non basta rispondere al telefono. La presenza che crea sicurezza è qualcosa di più sottile. È la percezione che l’altro sia accessibile, raggiungibile, disposto a esserci quando serve.

Significa sentire che l’altro ha interesse per noi, che è disposto a fare qualcosa di buono e che riconosce le nostre esigenze e partecipa alla nostra unicità. Questa presenza non si dimostra con grandi dichiarazioni. Si costruisce con coerenza quotidiana.

Quando un figlio sente che il genitore c’è per lui, può crescere con fiducia. Quando un partner sente che l’altro resta, può abbassare le difese. È questa continuità nel tempo a trasformare una relazione in un legame, e che la rende significativa e insostituibile.

Cosa accade quando la presenza manca

Quando il bisogno di presenza resta insoddisfatto, qualcosa si spezza dentro. Non sempre in modo visibile. A volte è una ferita silenziosa che porta alla rinuncia, alla sfiducia nella possibilità di essere davvero importanti per qualcuno.

Molte persone vivono una sorta di deserto affettivo. Non si isolano socialmente, ma nella dimensione profonda hanno perso il senso di connessione. Hanno smesso di credere che qualcuno possa esserci davvero per loro. E questo cambia tutto il modo di stare nelle relazioni.

Le proteste che alimentano i conflitti, sotto sotto, spesso nascono da qui: dalla paura che l’altro non ci sia più. Dalla sensazione di non poter contare su di lui: è la connessione che viene minacciata, non il singolo problema pratico da risolvere.

Costruire presenza nelle relazioni

La buona notizia è che il senso di connessione si può costruire. O ricostruire, quando è andato perduto. Non attraverso promesse o parole, ma attraverso una presenza coerente nel tempo. Attraverso il modo in cui rispondiamo quando l’altro ha bisogno di noi.

Da questo punto di vista, la Comunicazione affettiva offre strumenti preziosi. Ci ricorda che le relazioni d’amore sono legami emotivi. Che hanno bisogno di sicurezza per fiorire. Che la comprensione, la sintonizzazione e la presenza sono gli ingredienti che permettono al legame di crescere.

Ci insegna a riconoscere l’altro come un proprio simile e a mantenere la relazione all’interno di un paradigma di riconoscimento reciproco. A restare presenti anche quando le cose si fanno difficili. Perché è proprio lì, nei momenti di difficoltà, che la risposta alla domanda conta di più.

Forse la domanda che vale la pena porsi non è se siamo capaci di bastare a noi stessi. È da chiedersi, piuttosto, se le persone che amiamo sentono che ci siamo per loro. E se noi sentiamo che loro ci sono per noi. Perché è da questa presenza reciproca che nasce la forza per affrontare tutto il resto.

 

Danilo Toneguzzi

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