Quando qualcuno diventa bersaglio, il problema non è solo il comportamento, ma il clima che lo rende possibile.
C’è un momento, nella vita di chi viene preso di mira, in cui qualcosa cambia nel modo stesso di stare al mondo. Non si tratta soltanto di ricevere insulti o di essere esclusi. Si tratta di sentire che il proprio posto tra gli altri è diventato incerto, come se ci si trovasse esposti in uno spazio dove nessuno ti riconosce.
Chi subisce questa esperienza spesso fatica a parlarne. Non tanto per vergogna, quanto perché ciò che accade sembra difficile da spiegare. È un clima, un’atmosfera che si respira. Qualcosa che si avverte nella pancia prima ancora che nella mente.
Per questo, quando ci si trova di fronte a qualcuno che si chiude in un silenzio nuovo, non basta cercare di capire cosa sia successo. I fatti — l’insulto, il messaggio cattivo, l’esclusione — sono solo la superficie. Sotto c’è qualcosa di più profondo che riguarda il modo in cui quella persona si sente vista.
Oltre il comportamento: cosa viene davvero comunicato
Di solito si pensa che il problema sia il comportamento aggressivo in sé. E che la soluzione consista nel fermarlo, nel punire chi lo mette in atto, nel proteggere chi lo subisce. Certamente tutto questo ha la sua importanza.
Tuttavia, fermarsi a questo livello significa non vedere ciò che sta accadendo sotto la superficie. Il danno più profondo non è l’atto in sé. È ciò che quell’atto comunica: tu non vali, tu non appartieni, tu sei sbagliato.
Chi prende di mira qualcuno sta comunicando da una posizione in cui l’altro non viene riconosciuto come un proprio simile. Viene percepito come diverso, difettoso, sbagliato in un senso che va oltre il singolo comportamento. Si stabilisce una gerarchia invisibile: chi appartiene e chi no.
Il clima che rende possibile l’esclusione
Questa dinamica non riguarda solo chi agisce e chi subisce: coinvolge tutto l’ambiente circostante. Crea un clima in cui la sicurezza emotiva di tutti viene messa in discussione: se può accadere a qualcuno, può accadere a chiunque.
Un ambiente in cui è normale giudicare gli altri, in cui le differenze diventano motivo di esclusione, in cui la vulnerabilità viene vista come debolezza, è un ambiente che rende possibile che qualcuno diventi bersaglio. Non è un caso isolato. È il sintomo di un clima.
Per questo vale la pena spostare lo sguardo dal singolo episodio al clima complessivo. Non si tratta di un problema tra due persone. Si tratta di qualcosa che dice molto su come funziona l’intero ambiente in cui i ragazzi crescono.
Costruire uno spazio dove nessuno debba difendersi
Quando ci si occupa del clima relazionale nel suo insieme, accade qualcosa di diverso. Non si eliminano i conflitti, perché i conflitti fanno parte della vita. Ma si crea una base a partire dalla quale i conflitti possono essere attraversati senza che nessuno debba sentirsi annientato.
È la differenza tra uno spazio in cui ci si sente esposti e uno spazio in cui ci si sente contenuti. Chi ha agito in modo aggressivo deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Ma anche chi aggredisce sta spesso comunicando un disagio che non ha trovato altre strade.
Chi ha subito non ha bisogno soltanto di essere protetto. Ha bisogno di ritrovare quel senso di sicurezza che è stato compromesso. Di sentire che il proprio valore non dipende dal giudizio di chi lo ha ferito. Di poter tornare a fidarsi della possibilità di stare con gli altri.
Il contributo della Comunicazione affettiva
È qui che i principi della Comunicazione affettiva offrono una prospettiva preziosa. Ci aiutano a riconoscere che quando qualcuno viene percepito come sbagliato, diverso, non appartenente, si attiva un paradigma che esclude il riconoscimento dell’altro come essere umano.
La comunicazione dispregiativa nasce proprio da questa percezione. E genera un clima in cui l’altro viene squalificato, emarginato, allontanato. Comprendere questo meccanismo è il primo passo per poterlo trasformare.
La Comunicazione affettiva ci insegna che solo quando l’altro viene riconosciuto come un proprio simile diventa possibile un clima collaborativo. Dove le differenze non diventano motivo di esclusione. Dove ciascuno può sentirsi sufficientemente sicuro da non dover né attaccare né nascondersi.
Forse non si tratta di arrivare a un punto in cui tutto sia risolto. Si tratta di imparare a costruire ambienti in cui ciascuno possa essere riconosciuto nella propria umanità. Perché la qualità delle relazioni che permettiamo intorno a noi ha un peso enorme sulla vita di chi ci sta accanto.
Danilo Toneguzzi
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